...Parole, suoni, fantasmi nella nebbia...
“pare che quando le cose
girano nel verso giusto
ci vengano riconosciuti meriti su meriti
per aver fatto delle gran cose alle quali
non abbiamo mai nemmeno pensato
e subito un altro strato di leggenda
riveste la nostra opera
cui non si dovrebbe credere
ma che nondimeno viene
creduta
e questo è il motivo per cui tanti
cosiddetti geni in realtà sono dei
cazzoni
e così tanti cazzoni sono
dei cosiddetti critici
letterari”
(da “Secoli di bugie”, Charles Bukowski, estratto dalla raccolta “Santo cielo, perché porti la cravatta?”)
Bruciano rifiuti al posto dei libri.
In quel di Napoli.
Dispensano diossina ai quattro venti come incenso sulla bara deposta nella navata centrale. Sessant’anni fa i nazisti si purificarono nell’assenza, condensando in roghi isterici la presunzione di controllare la parola. Illusione quanto mai vendicativa, constatati gli esiti del loro cumulo di rovine.
Spesso mi chiedo quale odore emanerebbero gli scrittori odierni bruciati in un rito collettivo. Inodori? Il 99 % di loro nemmeno ha sostanza da abbrustolire. Impossibili da bruciare? Appurata la loro consistenza da fantasma. E che mai nessuno si appelli alla figura di Giordano Bruno arso vivo dall’Inquisizione.
Voi direte anche tu sei uno “scrittore” (?) dominato dalla presunzione, perché di libri ne hai pubblicati ben due: scrittore non lo sono certamente perché nemmeno nella Terza Categoria dei Libri potrei essere inserito. Ma nel caso ne siate convinti, bruciate anche me, non sentirete la mia mancanza.
Di libri si vive, si muore, ci si ammala, ci si innamora, se ne scappa lontano, ci si droga, se ne farebbe volentieri a meno.
Sono giorni che arranco dalle biblioteche alle librerie, dal cassone sopra il mobile alle riserve segrete di mia sorella, dai quotidiani alle riviste, alla spasmodica ricerca di qualcosa da leggere. I farmaci non assunti e l’eterno mal di stomaco stimolano solitudine, pensieri negativi e il cuore ha bisogno di respiro. Sottolineare, attendere l’illuminazione che tarda a venire, riempire pagine bianche con tonnellate di altro bianco.
Di scrittori se ne parla troppo, ne parlo troppo, è tutto tempo perso, assecondando il rituale copione rituale da quattro chiacchiere scambiate durante l’happy hour ma preferisco scriverne e parlarne altrimenti sarei spinto a colpirli in maniera ancora più drammatica, crudele, feroce, nella mia ossessione. Gordiano Lupi s’è sentito in dovere di scrivere un paio di libri sulla situazione odierna della letteratura, dei corsi di scrittura, delle case editrici truffa, degli scrittori apostrofati negli inserti culturali come capisaldi della letteratura italiana, (i vari Moccia, Faletti, Scurati, Baricco, Citati, Eco, Ammanniti, Vespa) sfoghi personali di un uomo profondamente innamorato della scrittura/lettura, con i propri gusti, le proprie attenzioni, le proprie rivalità, tendenze, ma purtroppo questi suoi libri mi appaiono così teneri, buoni, in fin dei conti, carichi di ironia e di leggerezza.
Non grondano disgusto, violenza, desiderio di fare tabula rasa reale.
Dell’amore romantico mi sono disfato secoli fa.
Ma ho così tanto desiderio da essere ossessionato e talvolta disgustato dalla parola, dalla pagina scritta, i libri gravitano a ridosso dei miei timpani, dei miei nervi, dei miei denti, delle mie dita, nel sudore che m’inzuppa le mani, nei sogni e negli incubi quotidiani e se sto camminando per strada e trovo scatoloni adibiti alla raccolta del cartone, non posso fare a meno di rovistare al loro interno appena vedo spuntare delle copertine, i libri sanno configurarsi come persone: Infinite Jest o Fuoco Fatuo sono molto più reali di mio zio, della maggioranza dei miei cugini, compreso vaste sezioni del mio corpo.
Scorrono nel sangue.
Amore e odio.
Gestazione e ultimo respiro.
Si riempirebbero centinaia di migliaia di navi cargo con la valanga di libri pubblicati ogni anno.
Una torre di Babele che sembra non crollare mai.
Un mondo costruito su fiere del libro cestinate in ex reparti produttivi di fabbriche simbolo del gusto italico; castelli ristrutturati dove gli scrittori hanno rimpiazzato cappa e spada; ville liberty dal parco lussureggiante dove sorseggiare tè; viali spogli di bar, gelaterie, agenzie immobiliari, mimi-bambini impegnati con una Cappuccetto Rosso ridotta ad una telenovela di moine e gote paonazze, banchetti e gazebo sullo stile quaranta giorni nel deserto del Sinai; dibattiti-diatribe-markette da scuola materna sbandierate sui quotidiani nazionali e locali da critici istruiti all’università della propaganda (prendersela con D’Orrico è riduttivo, non è che uno fra i tanti giornalisti/critici che dovrebbero essere presi a calci in culo), presentazioni e aperitivo con lo scrittore vestito di tutto punto (giacca e cravatta, tailleur scollato su scarpe col tacco a punta) o col look il più simile possibile alla triade Bukowski-Cobain-Love (camicine a quadretti, magliette a righe o del gruppo preferito, trucco pesante o acqua e sapone, sottovesti e frangette, All Star e braccialetti, occhiali rigorosamente ad ape o con montatura nera pesante, birra calda e Pall Mall rosse chiamate rigorosamente “paglie”); festival nazionali-internazionali-provinciali con lo scrittore quotato alla Borsa di New York col ticket prefissato da evento impedibile, raggiungendo le sublimi vette dell’assurdo che per ascoltare (senza dimenticare le restanti e più vitali e redditizie motivazioni come: scattare foto, farsi autografare una copia del nuovo libro, consegnarli il consueto manoscritto) un mediocre autore leggere i brani più significativi, sperticarsi in elucubrazioni filosofiche alla Gianfranco Funari–Adriano Celentano-Roberto Benigni-Dottor Morelli o in patetiche lamentele politico-sociologiche sulle minacce appena ricevute dalla malavita organizzata, costi quanto ammirare la Cappella Sistina; prefazioni-recensioni entusiaste compilate dall’amico dell’amico per l’altro amico o dello pseudo scrittore che come uno stampino regola a seconda se sia esordiente oppure no, del target-sesso-casa editrice, il messaggio preconfezionato da realtà lobotomizzata (caro Siciliano non mi manchi per niente); concerti–dischi-evento alla Subsonica/ Wu Ming (sì quei Wu Ming dei quali avete letto una recensione) per nascondere dietro ai proclami, le moderne tecnologie, l’accuratezza grafica/citazionista dell’edizione pochezza; comparsate da Ecg lobotomizzato sullo schermo televisivo a rinverdire in un salottocasadiriposo il mito dell’intellettuale (vedi i flemmatici Augias-Elkan che aristocraticamente accavallano le zampe su comodissime poltrone, rimpiangendo puntualmente il tempo aureo della letteratura per poi apprezzare a loro volta libri spazzatura o quelli già recensiti entusiasticamente da altri recensori) o in quiz televisivi spalleggiati dal comico col carrello della spesa, nella figura di guida turistica di studenti già pronti per i futuri “milionari” preservali oppure ancora, riciclandosi come presentatori che fanno marketta ai propri libri (Lucarelli, Buttafuoco); editori-capiredattori-grafici che sarebbero capaci di gestire a proprio piacimento un centro commerciale (in special modo inseriti nel reparto alimentari e più precisamente nella produzione/confezione di pane surgelato)- un’agenzia interinale e una beauty farm, vista anche l’aria linda-precisa-fashion degli scrittori odierni (anche l’occhiaia, la barbetta, il pallore non sono molto distanti dalle labbra al botulino) e dei volumi che farebbero davvero il loro figurone nei negozi per ragazzini sotto i 14 anni.
I soliti lamenti acidi di un fallito, direte voi.
Sì, forse.
Ma il disgusto sale ogni volta che metto piedi in uno di questi appuntamenti.
E Villafranca, cittadina situata nel piattume della pianura-padana veneta e memorabile per un castello dalla fortificazione integra e da un micro museo del Risorgimento con la polvere e le ragnatele nelle teche dove venivano custoditi fucili, daghe, baionette, spade, è stata proprio una di queste occasioni, dove tastare il terreno del mio orrore.

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